Un arresto cardiaco in gravidanza è un’emergenza rara ma estremamente complessa, perché coinvolge contemporaneamente la vita della madre e quella del feto.
La priorità della rianimazione rimane sempre il ripristino rapido della circolazione e dell’ossigenazione materna, ma la gravidanza comporta alcune modifiche fisiologiche e anatomiche che rendono necessario adattare le procedure di rianimazione.
La buona notizia è che le principali manovre salvavita non cambiano: riconoscere rapidamente l’arresto cardiaco, chiamare i soccorsi, iniziare la rianimazione cardiopolmonare (RCP) e utilizzare un defibrillatore (DAE) quando indicato rimangono fondamentali.
Esistono però alcune differenze importanti, soprattutto nelle fasi più avanzate della gravidanza. In particolare, quando l’utero è sufficientemente grande da raggiungere o superare l’ombelico, deve essere considerata la compressione dei grandi vasi addominali e, in caso di mancato ritorno della circolazione spontanea, può essere necessario ricorrere rapidamente al parto rianimatorio da parte di personale sanitario addestrato.
Che cos’è l’arresto cardiaco in gravidanza?
Si parla di arresto cardiaco quando il cuore interrompe la sua attività efficace e non riesce più a garantire una circolazione sanguigna adeguata. La conseguenza è l’interruzione del flusso di sangue e ossigeno verso gli organi, compreso il cervello.
Durante la gravidanza, l’arresto cardiaco può essere provocato sia dalle stesse condizioni che possono colpire una persona non gravida, sia da complicanze specifiche della gravidanza, del parto o del periodo immediatamente successivo.
Le linee guida ERC 2025 considerano inoltre l’arresto cardiaco materno come una condizione che può verificarsi durante tutta la gravidanza e fino a sei settimane dopo il parto.
Arresto cardiaco in gravidanza: è diverso da quello di una persona non incinta?
Le basi della rianimazione sono le stesse. Un arresto cardiaco in una donna incinta deve essere trattato immediatamente come qualsiasi altro arresto cardiaco: bisogna riconoscere la situazione, allertare il sistema di emergenza, iniziare una RCP di alta qualità e utilizzare il DAE quando disponibile.
Le differenze riguardano soprattutto alcune modifiche da introdurre durante la rianimazione, necessarie a tenere conto dei cambiamenti provocati dalla gravidanza.
Con il progredire della gravidanza, l’utero aumenta di dimensioni e può comprimere la vena cava inferiore e l’aorta quando la donna è sdraiata sulla schiena. Questa condizione, chiamata compressione aorto-cavale, può ridurre il ritorno di sangue al cuore e compromettere l’efficacia della rianimazione. L’ERC indica generalmente questa problematica a partire da circa la 20ª settimana di gestazione.
Per questo, nelle fasi più avanzate della gravidanza, durante la RCP il personale sanitario deve effettuare uno spostamento manuale dell’utero verso sinistra, mantenendo la paziente in posizione supina per consentire compressioni toraciche efficaci.
Cosa fare se una donna incinta ha un arresto cardiaco?
Per chi assiste a un arresto cardiaco fuori dall’ospedale, la regola più importante è semplice: non bisogna ritardare la RCP perché la persona è incinta.
- Verificare la risposta e la respirazione
Se la donna non risponde e non respira normalmente, bisogna considerare la possibilità di un arresto cardiaco.
Non bisogna aspettare la comparsa di segni più evidenti né perdere tempo cercando di stabilire autonomamente la causa.
- Chiamare immediatamente il 112
Chiamare il 112 e seguire le indicazioni dell’operatore della centrale di emergenza.
Se ci sono altre persone presenti, è utile incaricare qualcuno di chiamare i soccorsi e un’altra persona di cercare un DAE.
- Iniziare la rianimazione cardiopolmonare
Le compressioni toraciche devono essere iniziate rapidamente e continuate riducendo al minimo le interruzioni.
La gravidanza non è un motivo per evitare o ritardare il massaggio cardiaco.
- Utilizzare il DAE
Il defibrillatore automatico o semiautomatico esterno deve essere utilizzato quando indicato.
La gravidanza non rappresenta una controindicazione alla defibrillazione. Il DAE analizza il ritmo cardiaco e, se necessario, eroga la scarica prevista dal dispositivo. Le raccomandazioni sulla defibrillazione nella donna gravida sono sostanzialmente le stesse applicate alla persona non gravida.
Il timore di danneggiare il feto non deve quindi impedire l’utilizzo del DAE quando la defibrillazione è indicata: il ripristino della circolazione materna è essenziale anche per la sopravvivenza del feto.
- Se la gravidanza è avanzata, considerare lo spostamento dell’utero
Quando il fondo uterino raggiunge o supera l’altezza dell’ombelico, il personale addestrato deve effettuare lo spostamento manuale dell’utero verso sinistra durante le compressioni toraciche.
Questa manovra serve a ridurre la compressione aorto-cavale e a favorire il ritorno venoso al cuore, senza compromettere la qualità delle compressioni toraciche.
Per il soccorritore occasionale, tuttavia, la priorità rimane una: iniziare immediatamente la RCP e utilizzare il DAE, seguendo le indicazioni dell’operatore del 112.
Perché la gravidanza modifica la rianimazione?
Durante la gravidanza il corpo della donna subisce importanti modificazioni cardiovascolari e respiratorie.
Aumentano, tra le altre cose, il consumo di ossigeno e la gittata cardiaca, mentre la capacità funzionale residua polmonare diminuisce. Questo significa che una donna incinta può sviluppare ipossiemia più rapidamente durante un periodo di apnea.
Anche le modificazioni anatomiche delle vie aeree possono rendere più difficile la gestione avanzata della respirazione. L’edema delle vie aeree e il maggiore rischio di aspirazione sono tra gli elementi che devono essere considerati dal personale sanitario.
Per questo le linee guida AHA 2025 sottolineano l’importanza della gestione precoce delle vie aeree e dell’ossigenazione durante l’arresto cardiaco in gravidanza.
Le principali cause dell’arresto cardiaco in gravidanza
L’arresto cardiaco materno può avere un’origine molto diversa. Non esiste quindi una singola causa “tipica”.
Tra le condizioni che devono essere considerate ci sono:
Emorragia
Una grave emorragia può provocare rapidamente una perdita significativa di volume circolante, fino allo shock emorragico e all’arresto cardiaco.
Può essere collegata a complicanze della gravidanza, del parto o del periodo postpartum.
Embolia polmonare
La gravidanza e il periodo postpartum sono associati a un aumento del rischio tromboembolico. Un’embolia polmonare massiva può ostacolare gravemente il flusso sanguigno attraverso i polmoni e provocare un collasso cardiovascolare.
Embolia da liquido amniotico
L’embolia da liquido amniotico è una complicanza rara ma potenzialmente devastante, caratterizzata da un improvviso deterioramento cardiovascolare e respiratorio e, frequentemente, da alterazioni della coagulazione.
Può manifestarsi durante il travaglio o nelle fasi immediatamente successive al parto. La diagnosi è prevalentemente clinica e non esiste un singolo test diagnostico definitivo.
Preeclampsia ed eclampsia
Le forme gravi di ipertensione legata alla gravidanza possono provocare complicanze neurologiche, cardiovascolari e multiorgano.
L’eclampsia, in particolare, è caratterizzata dalla comparsa di convulsioni in una donna con una condizione ipertensiva correlata alla gravidanza e può evolvere in un’emergenza potenzialmente letale.
Cardiomiopatia peripartum
La cardiomiopatia peripartum è una forma di insufficienza cardiaca che può comparire nell’ultimo periodo della gravidanza o nei mesi successivi al parto. Nei casi più gravi può determinare shock cardiogeno e arresto cardiaco.
Malattie cardiovascolari
Una donna incinta può essere colpita anche da condizioni cardiovascolari non direttamente causate dalla gravidanza, tra cui aritmie, sindromi coronariche acute, cardiopatie preesistenti e, più raramente, dissezione aortica.
Sepsi e infezioni gravi
Un’infezione severa può evolvere in sepsi, shock settico e, nei casi più gravi, arresto cardiaco.
Complicanze dell’anestesia
Le complicanze legate all’anestesia possono rappresentare un’ulteriore causa di arresto cardiaco in ambito ostetrico, soprattutto durante procedure chirurgiche o analgesiche.
Le revisioni più recenti identificano tra le principali categorie di cause dell’arresto cardiaco materno emorragia, embolia da liquido amniotico, complicanze anestesiologiche, patologie cardiovascolari, embolia polmonare, sepsi e condizioni ipertensive della gravidanza.
Cosa succede al bambino durante un arresto cardiaco materno?
Durante l’arresto cardiaco della madre, il cuore non garantisce più una circolazione adeguata. Di conseguenza diminuisce o si interrompe il flusso di sangue ossigenato verso la placenta.
Il feto diventa quindi rapidamente vulnerabile alla carenza di ossigeno, cioè all’ipossia.
La conseguenza più grave può essere la morte fetale. Se il feto sopravvive, la gravità degli eventuali danni dipende soprattutto dalla causa dell’arresto, dalla durata dell’interruzione della perfusione e dell’ossigenazione e dalla rapidità con cui vengono avviate le procedure di rianimazione materna.
Per questo motivo la rianimazione della madre rappresenta anche il principale intervento iniziale per proteggere il feto: salvare la madre significa creare le migliori condizioni possibili per salvare anche il bambino.
Quali danni può subire la madre?
Le conseguenze dell’arresto cardiaco dipendono dalla causa, dalla durata dell’arresto e dalla rapidità con cui viene ripristinata una circolazione efficace.
La mancanza di ossigeno può provocare danni neurologici, mentre l’ischemia prolungata può compromettere cuore, reni, fegato e altri organi.
Inoltre, la causa che ha provocato l’arresto può determinare ulteriori complicanze: un’emorragia può causare shock e alterazioni della coagulazione; un’embolia polmonare può compromettere gravemente la funzione cardiaca e respiratoria; una sepsi può provocare insufficienza multiorgano.
Per questo, dopo il ritorno della circolazione spontanea, la gestione non termina con la ripresa del battito: è necessario individuare e trattare la causa dell’arresto e garantire un adeguato monitoraggio e trattamento post-rianimatorio.
Il DAE può essere utilizzato su una donna incinta?
Sì.
Questo è uno dei messaggi più importanti da ricordare.
Se una donna incinta è in arresto cardiaco e il DAE è disponibile, deve essere utilizzato secondo le indicazioni del dispositivo.
La gravidanza non deve indurre il soccorritore a ritardare la defibrillazione. Le raccomandazioni sulla defibrillazione sono sostanzialmente le stesse applicate alla persona non gravida.
Il rischio derivante dal mancato trattamento di un’aritmia defibrillabile è enormemente più importante del timore teorico di provocare un danno al feto.
Fonti
European Resuscitation Council Guidelines 2025















































